Quando un neonato respira male, mangia meno o sembra avere pause nel respiro, anche un sintomo che assomiglia a un semplice raffreddore merita attenzione. La pertosse nei neonati può iniziare in modo discreto e diventare rapidamente seria, senza la classica tosse “abbaiante” degli adulti. Qui chiarisco come riconoscere i segnali, quando chiamare subito i soccorsi, come si arriva alla diagnosi e quali misure proteggono davvero i bambini nei primi mesi.
Nei primi mesi la difficoltà respiratoria conta più del rumore della tosse
- Segni iniziali: naso chiuso, secrezioni, tosse lieve e febbricola possono sembrare un normale raffreddore.
- Nei neonati: l’apnea, cioè una pausa del respiro, può comparire anche senza accessi di tosse evidenti.
- Emergenza: labbra bluastre, fatica a respirare, convulsioni o marcata sonnolenza richiedono il 112.
- Diagnosi: il pediatra può richiedere un tampone o un’aspirazione nasofaringea con test molecolare.
- Prevenzione: vaccinazione in gravidanza e rispetto delle dosi pediatriche riducono il rischio nei mesi più vulnerabili.

Perché la pertosse è più rischiosa nei neonati
La pertosse è un’infezione respiratoria causata dal batterio Bordetella pertussis. Si trasmette attraverso le goccioline respiratorie e può passare da un adulto con una tosse modesta a un lattante ancora non completamente vaccinato. Proprio questa trasmissione domestica è facile da sottovalutare: spesso il contagio arriva da un genitore, un fratello o un nonno.
Nei neonati le vie respiratorie sono strette e il controllo del respiro è ancora immaturo. Per questo la malattia può provocare apnee, cianosi, difficoltà ad alimentarsi e polmonite anche quando la febbre è assente o poco elevata. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, gli anticorpi materni non garantiscono una protezione completa, quindi non basta sapere che la madre è stata vaccinata anni prima o ha già avuto la malattia.
Il rischio è particolarmente importante prima dei 6 mesi, quando il ciclo vaccinale non è ancora completato. Nei bambini più grandi la tosse può essere intensa ma spesso il decorso è meno grave, soprattutto se hanno ricevuto le vaccinazioni previste.
Come riconoscere i sintomi senza aspettare la tosse tipica
La fase iniziale dura spesso 1-2 settimane e può imitare un comune raffreddore. Il bambino presenta naso che cola o ostruito, starnuti, tosse occasionale e qualche linea di febbre. È proprio questa somiglianza a rendere difficile riconoscere subito l’infezione.
Nei lattanti il quadro può però essere diverso. La tosse “convulsiva” e il caratteristico sibilo inspiratorio possono mancare, mentre diventano più importanti le pause respiratorie, il respiro irregolare e la colorazione bluastra intorno alla bocca. Un neonato può anche smettere di alimentarsi bene, stancarsi durante la poppata o vomitare dopo un colpo di tosse.
| Fase | Segnali possibili | Cosa osservare |
|---|---|---|
| Iniziale | Naso chiuso, secrezioni, tosse lieve, febbricola | Se i sintomi peggiorano invece di migliorare dopo alcuni giorni |
| Parossistica | Accessi ravvicinati di tosse, vomito, sfinimento, difficoltà a inspirare | Colore della pelle, durata degli episodi e recupero tra un accesso e l’altro |
| Nei neonati | Apnea, cianosi, tosse minima o assente, scarso appetito | Respirazione e capacità di alimentarsi, non solo il suono della tosse |
| Convalescenza | Tosse che diminuisce lentamente e può ripresentarsi con altri raffreddori | Idratazione, crescita e ritorno graduale alle normali poppate |
La mia regola pratica è semplice: in un neonato osservo prima il respiro e poi la tosse. Se durante una poppata il piccolo si interrompe spesso per respirare, diventa pallido o bluastro, è insolitamente floscio o bagna meno pannolini, non aspetterei che compaia il sintomo “classico”.
Quando serve una valutazione urgente
Per un bambino molto piccolo è prudente contattare rapidamente il pediatra o la continuità assistenziale quando la tosse peggiora, dura diversi giorni, compare dopo un contatto con una persona affetta da pertosse oppure si accompagna a vomito e difficoltà durante le poppate. Un neonato sotto i 3 mesi con febbre di 38 °C o più deve essere valutato tempestivamente, anche se sembra avere soltanto un raffreddore.
Chiamerei subito il 112 in presenza di uno di questi segnali:
- pause del respiro, respirazione molto lenta o irregolare;
- labbra, viso o pelle bluastre o grigiastre;
- rientramenti tra le costole, narici che si allargano o evidente fatica respiratoria;
- incapacità di succhiare, vomito ripetuto o segni di disidratazione;
- sonnolenza marcata, scarsa reattività o convulsioni.
Durante un accesso non bisogna scuotere il bambino, infilare le dita in bocca o somministrare farmaci di propria iniziativa. Lo si tiene in posizione sicura, si osserva il colore della pelle e si riferisce ai soccorsi quanto è durato l’episodio e se il respiro è ripreso spontaneamente.
Come si arriva alla diagnosi e come si cura
Il pediatra valuta l’andamento della tosse, la presenza di contatti a rischio, l’alimentazione e il respiro. Per confermare l’infezione può richiedere un campione delle secrezioni nasali, spesso analizzato con PCR, un test molecolare che cerca il materiale genetico del batterio. Nei neonati il trattamento può essere iniziato anche quando il sospetto clinico è forte, senza attendere necessariamente il risultato.
La terapia prevede un antibiotico prescritto dal medico, scelto in base all’età e alle condizioni del bambino. Funziona meglio se iniziato precocemente, riduce la contagiosità e può limitare la gravità, ma non fa scomparire all’istante la tosse già instaurata. Nei più piccoli il pediatra può raccomandare l’osservazione in ospedale, soprattutto se ci sono apnee, difficoltà a nutrirsi o livelli di ossigeno bassi.
A casa non darei sciroppi sedativi, antibiotici avanzati da una vecchia prescrizione o farmaci da banco senza indicazione. Per un lattante possono essere utili soltanto misure concordate con il pediatra, come lavaggi nasali delicati, ambiente libero dal fumo e poppate più brevi e frequenti se il bambino si stanca facilmente.
Il miele non va dato ai bambini sotto l’anno di età per il rischio di botulismo infantile. Anche il vapore caldo e le inalazioni improvvisate non curano la pertosse e possono provocare ustioni. Se il bambino viene dimesso, chiederei sempre quali segnali devono farlo tornare subito in ospedale e come controllare alimentazione e pannolini.
Come proteggere il bambino nei primi mesi
La protezione più efficace nasce da più interventi insieme. In Italia il vaccino contro la pertosse è incluso nell’esavalente, somministrato di norma a 2, 4 e 10 mesi. La prima dose si effettua dal compimento del 61° giorno di vita, quindi il neonato resta esposto proprio nelle prime settimane.
Per questo la vaccinazione dTpa in gravidanza ha un ruolo importante. Viene proposta nel terzo trimestre di ogni gravidanza, spesso intorno alla 28ª settimana secondo le indicazioni del servizio sanitario, anche se la donna era già stata vaccinata in una gravidanza precedente. Gli anticorpi trasferiti attraverso la placenta offrono una protezione temporanea al bambino fino all’inizio del suo ciclo vaccinale.
Non serve isolare completamente il neonato, ma ha senso ridurre i rischi concreti. Chi ha tosse dovrebbe evitare di baciarlo, lavarsi le mani, usare una mascherina quando indicato e contattare il medico se la tosse è persistente o compare dopo un’esposizione. Aria senza fumo, ambienti ventilati e vaccinazioni aggiornate dei conviventi completano la strategia.
Il Ministero della Salute ricorda che la vaccinazione antipertosse fa parte delle vaccinazioni obbligatorie dell’infanzia ed è offerta gratuitamente secondo il calendario vaccinale. Se una dose è stata rimandata, non bisogna ricominciare automaticamente da capo: il centro vaccinale può predisporre un recupero personalizzato.
Cosa fare se c’è stato un contatto con una persona malata
Se il neonato è stato vicino a una persona con pertosse confermata o fortemente sospetta, contatterei il pediatra anche prima della comparsa dei sintomi. Il medico può valutare la profilassi antibiotica per il bambino e per altri familiari a rischio, oltre alle modalità per ridurre il contagio in casa.
È utile annotare la data del contatto, l’inizio della tosse dell’altra persona, l’eventuale terapia già iniziata e la situazione vaccinale del neonato. Queste informazioni aiutano a decidere rapidamente se servono test, osservazione clinica o trattamento preventivo.
La persona malata dovrebbe seguire scrupolosamente la terapia prescritta e limitare i contatti ravvicinati. In genere l’antibiotico riduce la trasmissione dopo alcuni giorni di trattamento, ma il momento esatto dipende dal farmaco e dalle indicazioni mediche. Non aspettare il risultato del tampone per chiedere consiglio quando in casa vive un bambino nei primi mesi.
La cosa più importante da ricordare quando il bambino è molto piccolo
La pertosse non si riconosce sempre dalla tosse rumorosa. In un neonato possono essere più significativi una pausa respiratoria, una poppata interrotta, un colorito insolito o una stanchezza che non gli appartiene. Davanti a questi segnali preferisco una valutazione in più, perché intervenire presto fa la differenza.
La prevenzione comincia prima della nascita con la vaccinazione materna e continua rispettando le dosi del bambino, proteggendo l’ambiente domestico e chiedendo subito indicazioni dopo un contatto a rischio. Nessuna misura sostituisce il pediatra: quando il respiro è in difficoltà o il bambino non reagisce normalmente, la scelta corretta è chiamare il 112.